Indice
La guerra
Più odiosa della guerra vi è solo la propaganda che essa si porta con sé. Se la verità come noto è la prima vittima di ogni conflitto, la propaganda ne è la vincitrice suprema, la più grande radiazione che la bomba bellica è capace di sprigionare. Ci tocca così di nuovo ascoltare da parte dei media italiani un pietoso, vomitevole revisionismo sul conflitto israelo-palestinese, il quale negli ultimi giorni si è riacceso in maniera improvvisa e straordinariamente brutale.
La prima regola della Storia, e di conseguenza anche di coloro che nell’attività giornalistica sono chiamati a raccontarla, è che non ci sono buoni e cattivi. O quantomeno, che tale demarcazione, seppur talvolta in parte giustificabile, non è applicabile nella spiegazione dei fatti e soprattutto nell’analisi dei conflitti. Una distinzione manichea che si arroghi il diritto di dividere il mondo in chi ha ragione e in chi ha torto, nei buoni e nei cattivi, deriva soltanto dalla necessità di sostenere tesi propagandistiche e partigiane, nel tentativo di impedire alla verità storica di affermarsi e alle persone di maturare un pensiero critico nei confronti delle notizie che ricevono. Così i morti altrui diventano meno importanti di quelli “nostri” (da intendersi come appartenenti al presunto Occidente e ai suoi alleati), le ragioni altrui diventano irrilevanti rispetto alle “nostre” e non può alla fine che esserci una sconfitta degli altri e una vittoria “nostra”. Questo micidiale schema falsificatorio, testato ormai da un anno e mezzo in relazione alla guerra in Ucraina, si ripropone adesso nell’inferno del Medio Oriente, dove in fondo non è mai venuto meno. La narrazione infatti è sempre stata la stessa: palestinesi terroristi, israeliani vittime e in diritto di difendersi con ogni mezzo. Con buona pace del diritto internazionale, dei diritti umani e dell’autodeterminazione dei popoli.

Le azioni che Hamas sta compiendo sono raccapriccianti. Una barbarie inaudita, sanguinaria, in gran parte diretta su inermi obiettivi civili: le immagini ci mostrano rapimenti di giovani, uccisioni di intere famiglie, raid e razzi sui villaggi israeliani. Insieme alla commozione cresce la rabbia per questa violenza folle. Ma come si è arrivati a tutto ciò? Se ci ferma al primo livello, quello della bandiera con la stella di David proiettata su Palazzo Chigi, delle dichiarazioni stucchevoli della classe politica nostrana e del ministro della difesa israeliano che definisce “animali” i palestinesi”, non c’è altro da dire. Se invece si va a fondo, si capisce che la questione è ben più complessa, e deriva innanzitutto da settant’anni di occupazione e di apartheid da parte di Israele nei confronti del popolo palestinese.
Hamas
La storia
Hamas non è spuntata dal niente come i funghi. La sua nascita nel 1987, in coincidenza con la prima Intifada, è la stata la risposta estremista ad una situazione già da tempo inaccettabile. Aiutata più volte da Israele in chiave anti Arafat, Hamas è cresciuta negli anni vincendo le elezioni a Gaza e garantendosi l’appoggio della maggioranza della popolazione: cosa c’è da stupirsi, nella più grande prigione a cielo aperto del mondo? In 360 km quadrati vivono 2 milioni di persone, la più alta densità abitativa del pianeta.
Da Gaza non si può scappare, la situazione è drammatica da decenni per la mancanza di servizi e delle più elementari condizioni di sopravvivenza; sin dal 1967, milioni di individui a Gaza e in Cisgiordania vivono nell’abuso sistematico di diritti civili e politici, in una realtà che assomiglia molto al Panopticon originariamente concepito da Jeremy Bentham. Abusi, violenze, occupazioni, colonizzazione forzata, studiati danneggiamenti all’economia, tutto questo ha caratterizzato gli ultimi sessant’anni di vita del popolo palestinese in quel poco che ad esso è rimasto della terra d’appartenenza.
Eppure decine di risoluzioni Onu hanno intimato nel tempo a Israele di restituire i territori occupati e di terminare le pratiche di apartheid, ma la politica sionista si è sempre rivelata sorda, anche grazie all’appoggio incondizionato di quello stesso Occidente che strilla alla guerra sino all’ultimo proiettile fino a che la Russia non avrà restituito ogni centimetro di terra all’Ucraina.
I crimini di Israele sono sempre stati tollerati, compresi atti vergognosi simili a quanto vediamo oggi per mano di Hamas: l’altra sera Beppe Severgnini a Otto e Mezzo li ha definiti “i gravi errori di Israele”. Quelli degli alleati sono errori, quelli dei nemici geopolitici appartengono alla barbara ferocia. Mentre la nostra stampa si genuflette alla linea stabilita, i media israeliani, ben più acuti e meno asserviti, puntano il dito contro la disastrosa gestione del governo di Benjamin Netanyahu, la cui politica ha provocato il tracollo a cui stiamo assistendo oggi. Così come lo ha provocato il totale disinteresse per la questione israelopalestinese dagli accordi di Oslo in poi, ovvero negli ultimi trent’anni. I molti tentativi di pacificazione sono naufragati di fronte all’inettitudine della politica, tanto di Israele quanto della Palestina; a farne le spese sono e saranno sempre i tanti civili che sognano una convivenza tollerante, lontana dagli estremismi e nel rispetto dei diritti e delle libertà dei popoli.
Ad oggi, tutto questo è purtroppo soltanto utopia.




