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IMPERDIBILE BANKOK: COSA VEDERE

Ecco una guida rapida con sette esperienze da vivere durante la vostra breve sosta di due o tre giorni a Bangkok, la vivace metropoli thailandese:

  1. Wat Pho, il Tempio del Buddha Sdraiato: Questo tempio è famoso per la sua imponente statua del Buddha sdraiato, interamente ricoperta d’oro, alta 15 metri e lunga circa 43 metri.
  2. Wat Arun, Wat Phra Kaew e il Palazzo Reale: Wat Arun, conosciuto anche come il Tempio dell’Alba, è parte di un complesso di templi buddhisti situato nel distretto di Bangkok Yai, nel quartiere di Thonburi.
  3. Giro notturno in Tuk Tuk: Un’esperienza tipica e divertente è un giro notturno in Tuk Tuk, talvolta accompagnato da musica pop e un’atmosfera psichedelica.
  4. Parco Benjakitti: Inaugurato nel 2004, questo parco urbano offre un’oasi di tranquillità tra i grattacieli lungo Ratchadapisek Road, ideale per una pausa rilassante.
  5. Floating market di Damnoen Saduak: Visitare uno dei mercati galleggianti è un must durante il vostro soggiorno a Bangkok, un’esperienza unica e affascinante.
  6. Mae Klong Railway Market: Situato lungo una linea ferroviaria attiva a un’ora da Bangkok, questo mercato offre uno spettacolo unico quando il treno attraversa il mercato stesso.
  7. Khlong Toei Market: Conosciuto per la sua vivacità e varietà di prodotti, attraversare questo mercato richiede uno stomaco forte, ma offre un’esperienza autentica della vita quotidiana bangkokiana.

Seguendo questa guida, avrete modo di scoprire alcune delle meraviglie e delle peculiarità di Bangkok durante il vostro breve soggiorno nella capitale thailandese. Buon viaggio!

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FERMIAMO IL GELO, PER SALVARE I RIFUGIATI

Nel mezzo del freddo che stringe sempre più forte, decine di migliaia di rifugiati sono costretti a cercare riparo in abitazioni danneggiate dalle bombe e in rifugi di emergenza. Milioni di persone, soprattutto donne e bambini, in fuga dalla violenza, rischiano di non sopravvivere alla stagione invernale. È da questa drammatica situazione che nasce la campagna “Ferma il gelo”, promossa dall’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla sofferenza di troppe persone in fuga e di raccogliere fondi per fornire assistenza invernale a 4,7 milioni di rifugiati e sfollati in 8 Paesi, tra cui l’Afghanistan, la Siria e l’Ucraina.

Secondo i dati del rapporto Mid-Year Trends dell’UNHCR, alla fine dello scorso anno, ben 114 milioni di persone erano in fuga da guerre, persecuzioni, violenze e violazioni dei diritti umani nel mondo. È impressionante pensare che una persona su 200 nel mondo è un rifugiato, una diretta conseguenza dei conflitti bellici. “Le crisi umanitarie stanno crescendo in scala, ritmo e complessità”, spiega Laura Iucci, direttrice della raccolta fondi dell’UNHCR Italia. “Nel 2023, l’agenzia ha dovuto affrontare ben 39 nuove emergenze in 26 Paesi, mentre le risorse disponibili per gli aiuti diminuiscono. Inoltre, ogni nuova crisi sembra purtroppo relegare le precedenti in un pericoloso oblio”. La situazione richiede un impegno globale urgente e solidale per evitare ulteriori tragedie umanitarie e alleviare la sofferenza di milioni di persone in fuga.

VOLPE

ANIMALS DI STEVE MCCURRY

“Resilienza e speranza”: sono questi, secondo Bonnie, sorella di uno dei fotografi più celebri al mondo, gli ingredienti principali delle immagini di Steve McCurry. Quella resilienza, che dal latino ci regala l’immagine di chi “risale sulla barca rovesciata” – questo il significato originale – affronta e supera gli eventi negativi lungo il proprio cammino, è evidente nei ritratti di McCurry, illuminati da una luce che emana dagli occhi, quella della speranza.

McCurry racconta che la sua vita è stata trasformata da una foto che ha visto nel 1972, quella di una bambina vietnamita – opera di Nick Ut – che corre piangendo disperata mentre viene colpita da una pioggia di napalm. Quella foto, con la sua potenza espressiva, ha cambiato l’opinione pubblica sulla guerra in Vietnam, spingendo McCurry a lasciare il suo lavoro come freelance per un giornale della Pennsylvania e intraprendere un viaggio intorno al mondo portando con sé solo due zaini, uno per i vestiti e l’altro per le pellicole fotografiche.

Il suo viaggio ha inizio in India, dove trascorre diversi mesi, prima di attraversare il confine con il Pakistan. Qui, incontra un gruppo di rifugiati che lo aiutano a entrare in Afghanistan prima che i Russi chiudano le frontiere ai giornalisti occidentali. Travestito con abiti tradizionali e una lunga barba, McCurry gira clandestinamente per il Paese, riuscendo a diffondere in tutto il mondo le sue fotografie che rendono tangibile la tragedia del conflitto in Afghanistan.

Da allora, come egli stesso afferma, ha raccontato “storie che parlano della Storia, dei fatti, altre che parlano dell’esperienza umana, dei sentimenti, di esistenze individuali…”

Dietro ogni scatto di Steve McCurry si cela una intensa capacità narrativa, una straordinaria abilità nel cogliere l’essenza umana con semplicità, catturando quell’istante che può durare per sempre. Le sue fotografie ritraggono persone in situazioni di estrema sofferenza, ma permeate da un senso di dignità.

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LA NOSTRA FESTA, LA NOSTRA VITA

Alle prime luci dell’alba dell’ultima domenica di settembre (o prima di ottobre, in base a questa nuova discutibile abitudine), Impruneta si sveglia in un’aria diversa rispetto al resto dell’anno. Qualcuno, che a letto neppure ci è andato, tiene aperti gli occhi a fatica, ma sa che non è adesso il momento di riposare; altri hanno dormito, ma per poco e nella scomodità di qualche giaciglio di fortuna in cantiere; molti la comodità delle coperte di casa l’hanno vissuta, tuttavia non vi si sono adagiati troppo a lungo, e sono pronti di buon mattino a imboccare di nuovo la via di quella che per un mese è stata la vera dimora e la vera famiglia.

Se è giorno di sole, si aspetta che salga alla svelta per riscaldare i corpi umidi e stanchi. Se il cielo manda acqua o è in procinto di mandarla nel pomeriggio, ci si appella a qualunque divinità per scongiurare tale sciagura. Si respira odore di mastice, di uva e di vernice. Si percepisce un’elettricità indefinibile. Si sente crescere dentro un’ansia strana, che fino al tardo pomeriggio sarà legata all’entusiasmo, per trasformarsi poi sotto al terrazzino del Comune, in un crescendo vertiginoso, nell’attesa più logorante, più maledetta e allo stesso tempo più mistica che un imprunetino possa vivere.

E’ il giorno della Festa dell’Uva, lo spettacolo che divide e allo stesso tempo unisce il paese da novantasette anni. Nella “più grande e intelligente Repubblica dell’uva del mondo”, per citare il compianto Leandro Giani, la passione di migliaia di persone trova il suo acme nel momento che suggella e conclude un mese abbondante di passione. Quando i carri abbandonano i cantieri i rionali vivono sensazioni contrastanti: orgoglio profondo per quei figli di tubi, legno e polistirolo che escono dal nido e iniziano a spiccare il volo, tristezza silenziosa per il vuoto che lasciano, simbolo di un periodo che volge al termine e di un altro settembre volato troppo in fretta.

Fornaci, Pallò, Sant’Antonio e Sante Marie. Quattro rioni, quattro identità, quattro storie diverse. Quattro vulcani pronti ad eruttare in quell’ultima domenica di settembre (sì, ci piace dire ancora così), protagonisti di uno spettacolo unico che si intreccia a quasi un secolo di cultura contadina e alacre laboriosità. Le sedi rionali sono come una frenetica colonia di formiche la domenica mattina: tutti si muovono in ogni direzione, tra i figuranti che devono truccarsi, gli addetti ai carri che curano gli ultimi particolari, i trattoristi che scaldano i motori e i visitatori di ogni tipo che si aggirano come turisti nel colorato caos mattutino. E’ infuocata l’anima ribelle delle Fornaci che entrano in piazza sognando una coppa che manca da troppo; non vuole sconfitta la fantasia ingegnosa del Pallò, abituato più di tutti a mettere la testa davanti alla fine delle corsa; guarda al suo santo in Commenda il Sant’Antonio, protagonista dell’ultimo decennio; è un celeste che sa di speranza quello delle Sante Marie, lontane dalla Piazza Nova ma non dalla propria storia.

La Festa dell’Uva è una metafora della nostra vita, ed è una compagna che prende per mano i rionali quando sono piccoli e rimane al loro fianco sino a quando non sono vecchi, come un progetto che germoglia nella mente di qualcuno a inizio anno e si spegne poi nei carri che scendono in via Mazzini dopo la sfilata. Non ci sono solo i lati belli in questa esperienza, ma è la vita che d’altronde è così.

Un rione è una piccola comunità a se stante, con delle regole e dei rapporti, con dei contrasti e degli amori, con persone da santificare e altre da scansare: alla fine però si è tutti uniti nella difesa di una tradizione, nella passione viscerale per qualcosa che chi non lo vive non potrà mai capire davvero. Prendere le ferie per finire i carri, fare le ore piccole per portare avanti un’idea, trascorrere un mese intero a cenare su scomode panche, a vestirsi sporchi e ad esporsi senza paura alle intemperie è effettivamente fuori dalla logica: un furore irrazionale, uno spirito dionisiaco che rimanda a Nietzsche e che proprio per questo rende la magia imprunetina ancor più bella. Buona Festa dell’Uva rionali.

A quelli che saranno in piazza, a quelli che la seguiranno da casa, a quelli che dall’alto non smetteranno mai di essere parte del proprio rione.


“I rioni del mio paese scendono in lotta fra loro, ma lo spirito di quella lotta entusiasmante non è evocato dalla sfilata dei carri allegorici lungo le vie del paese in settembre, bensì da ciò che i rionisti imprunetini hanno in corpo fin dal momento che per la festa dell’uva si mettono a lavorare. Cioè da sempre”.

Leandro Giani