Alle prime luci dell’alba dell’ultima domenica di settembre (o prima di ottobre, in base a questa nuova discutibile abitudine), Impruneta si sveglia in un’aria diversa rispetto al resto dell’anno. Qualcuno, che a letto neppure ci è andato, tiene aperti gli occhi a fatica, ma sa che non è adesso il momento di riposare; altri hanno dormito, ma per poco e nella scomodità di qualche giaciglio di fortuna in cantiere; molti la comodità delle coperte di casa l’hanno vissuta, tuttavia non vi si sono adagiati troppo a lungo, e sono pronti di buon mattino a imboccare di nuovo la via di quella che per un mese è stata la vera dimora e la vera famiglia.
Se è giorno di sole, si aspetta che salga alla svelta per riscaldare i corpi umidi e stanchi. Se il cielo manda acqua o è in procinto di mandarla nel pomeriggio, ci si appella a qualunque divinità per scongiurare tale sciagura. Si respira odore di mastice, di uva e di vernice. Si percepisce un’elettricità indefinibile. Si sente crescere dentro un’ansia strana, che fino al tardo pomeriggio sarà legata all’entusiasmo, per trasformarsi poi sotto al terrazzino del Comune, in un crescendo vertiginoso, nell’attesa più logorante, più maledetta e allo stesso tempo più mistica che un imprunetino possa vivere.
E’ il giorno della Festa dell’Uva, lo spettacolo che divide e allo stesso tempo unisce il paese da novantasette anni. Nella “più grande e intelligente Repubblica dell’uva del mondo”, per citare il compianto Leandro Giani, la passione di migliaia di persone trova il suo acme nel momento che suggella e conclude un mese abbondante di passione. Quando i carri abbandonano i cantieri i rionali vivono sensazioni contrastanti: orgoglio profondo per quei figli di tubi, legno e polistirolo che escono dal nido e iniziano a spiccare il volo, tristezza silenziosa per il vuoto che lasciano, simbolo di un periodo che volge al termine e di un altro settembre volato troppo in fretta.
Fornaci, Pallò, Sant’Antonio e Sante Marie. Quattro rioni, quattro identità, quattro storie diverse. Quattro vulcani pronti ad eruttare in quell’ultima domenica di settembre (sì, ci piace dire ancora così), protagonisti di uno spettacolo unico che si intreccia a quasi un secolo di cultura contadina e alacre laboriosità. Le sedi rionali sono come una frenetica colonia di formiche la domenica mattina: tutti si muovono in ogni direzione, tra i figuranti che devono truccarsi, gli addetti ai carri che curano gli ultimi particolari, i trattoristi che scaldano i motori e i visitatori di ogni tipo che si aggirano come turisti nel colorato caos mattutino. E’ infuocata l’anima ribelle delle Fornaci che entrano in piazza sognando una coppa che manca da troppo; non vuole sconfitta la fantasia ingegnosa del Pallò, abituato più di tutti a mettere la testa davanti alla fine delle corsa; guarda al suo santo in Commenda il Sant’Antonio, protagonista dell’ultimo decennio; è un celeste che sa di speranza quello delle Sante Marie, lontane dalla Piazza Nova ma non dalla propria storia.
La Festa dell’Uva è una metafora della nostra vita, ed è una compagna che prende per mano i rionali quando sono piccoli e rimane al loro fianco sino a quando non sono vecchi, come un progetto che germoglia nella mente di qualcuno a inizio anno e si spegne poi nei carri che scendono in via Mazzini dopo la sfilata. Non ci sono solo i lati belli in questa esperienza, ma è la vita che d’altronde è così.
Un rione è una piccola comunità a se stante, con delle regole e dei rapporti, con dei contrasti e degli amori, con persone da santificare e altre da scansare: alla fine però si è tutti uniti nella difesa di una tradizione, nella passione viscerale per qualcosa che chi non lo vive non potrà mai capire davvero. Prendere le ferie per finire i carri, fare le ore piccole per portare avanti un’idea, trascorrere un mese intero a cenare su scomode panche, a vestirsi sporchi e ad esporsi senza paura alle intemperie è effettivamente fuori dalla logica: un furore irrazionale, uno spirito dionisiaco che rimanda a Nietzsche e che proprio per questo rende la magia imprunetina ancor più bella. Buona Festa dell’Uva rionali.
A quelli che saranno in piazza, a quelli che la seguiranno da casa, a quelli che dall’alto non smetteranno mai di essere parte del proprio rione.
“I rioni del mio paese scendono in lotta fra loro, ma lo spirito di quella lotta entusiasmante non è evocato dalla sfilata dei carri allegorici lungo le vie del paese in settembre, bensì da ciò che i rionisti imprunetini hanno in corpo fin dal momento che per la festa dell’uva si mettono a lavorare. Cioè da sempre”.
Leandro Giani

